La Filosofia Orientale: Induismo, Buddhismo, Taoismo, Confucianesimo

tratto da "Il Grande Manuale del Reiki"

 

In Oriente la filosofia non è una disciplina astratta e accademica, con poca o nessuna rilevanza nella vita quotidiana, ma è considerata come la più importante e fondamentale impresa della vita. In Cina, dopo che il confucianesimo divenne la filosofia di stato, era impossibile ricoprire una carica di governo senza conoscere le opere di Confucio. La storia cinese parla di molti re, artisti e studiosi che furono filosofi.

L’India è famosa per la grande stima che vi si accorda a chi cerca la saggezza e per la reverenza e il rispetto che circondano le persone sagge.

La saggezza pratica accumulata in India assume la forma di autodisciplina Yoga tesa alla totale integrazione della vita. Già molto tempo prima di Gesù di Nazareth, i saggi indiani meditavano sulla profondità dell’essere umano e sul significato ultimo della Natura. Fin dal loro inizio, le speculazioni dei saggi indiani erano rivolte alla risoluzione dei problemi fondamentali della vita e la loro filosofia nasce dal tentativo di renderla migliore.

Messi di fronte alla sofferenza fisica, mentale e spirituale, gli antichi sapienti indiani si concentrarono nel tentativo di comprenderne le cause. Cercarono di perfezionare la loro conoscenza dell’uomo e dell’universo per sradicare le cause della sofferenza e raggiungere la migliore forma di vita possibile.

 

Le cause della sofferenza

Dalla vita terrena viene l’esperienza delle forme di dolore e sofferenza più comuni: malattia, povertà, fame e infine morte. Alcuni vorrebbero avere delle ricchezze che non hanno, e per questo soffrono. Altri desiderano vivere a lungo e soffrono perché hanno paura di morire. Un modo per avvicinarsi alla soluzione del problema della sofferenza consiste nel superare il conflitto tra ciò che si ha e ciò che si vorrebbe.

Nel pensiero filosofico indiano c’è un consenso esteso nei riguardi del non attaccamento. Il non attaccamento è riconosciuto come il mezzo essenziale per la realizzazione della Liberazione.

Mentre l’Occidente si è sempre più distaccato dagli ammonimenti dei filosofi e si è proiettato verso il progresso e il conseguimento di beni e benefici materiali, i filosofi indiani scelsero come soluzione il controllo dei desideri e posero l’accento sull’autodisciplina e sull’autocontrollo come requisiti per il raggiungimento della felicità. Questo bisogno di regolare e controllare i desideri implica il riconoscimento di una straordinaria importanza alla conoscenza di sé. La pratica della filosofia indiana si esprime come l’arte di di dominare le pulsioni e gli istinti.

 

Brahman e Atman

Doveva pur esistere qualcosa grazie a cui esistevano tutte le altre cose e che le faceva sviluppare.

Il nome dato a questo qualcosa fu Brahman, che significa «ciò che rende grande». Il Brahman è inconcepibile, immutabile, incorruttibile, invisibile e indistruttibile, senza fine e senza inizio.

Invisibile, inafferrabile, senza famiglia né casta,

senza occhi né orecchie, senza mani né piedi,

eterno, onnipresente, infinitamente sottile

è l’Imperituro, che i saggi riconoscono

come sorgente degli esseri.

Come un ragno emette e riassorbe la sua ragnatela,

come l’erba cresce sulla terra,

come i capelli spuntano sulla testa dei vivi,

così dall’Imperituro nasce ogni cosa di questo mondo.

Upanishad

 

Nell’Induismo l’intuizione fondamentale è che la realtà è Una:il mondo, l’uomo, gli dèi, le cose che sono state, sono e saranno, tutto questo è l’unica e medesima Realtà: «Tutto è Brahman» (Upanishad). E quando la persona ha attinto una conoscenza illuminata, anche lei può dire: «Io sono Brahman». L’Io profondo dell’uomo, l’Atman, è anch’esso identico al Brahman.

 

Questo Atman dentro il mio cuore è più piccolo di un grano di riso o di frumento, di un seme di senape o di un grano di miglio; e tuttavia questo Atman dentro il mio cuore è più grande della terra, più grande dello spazio atmosferico, più grande del cielo… Questo Atman dentro il mio cuore è il Brahman stesso.

Upanishad

 

Viene così riconosciuto che il Brahman-Atman è l’unico Assoluto, la radice e il fondamento di tutto, il Signore che regge e sostiene ogni cosa, la guida interiore e il fine di ogni vivente. In questo senso, il mondo, la realtà fisica non è creato e non ha consistenza in sé stesso. Sia che esso venga concepito come Maya, illusione, o venga descritto come il Gioco di Dio, Lila, esso è l’eterna manifestazione dell’eterno esistente, il volto fenomenico dell’Eterna Persona, la dimora mutevole del Permanente Inabitante.

 

Il Sanatana Dharma, la Legge Universale

Dietro agli dei e alla natura c’è una immutabile e eterna legge di ordine e di giustizia che determina la struttura stessa dell’universo: il Sanatana Dharma. Sanatana vuol dire eterno, perenne. Dharma deriva dalla radice sanscrita dhr, che vuol dire «sostenere, mantenere».

Dharma è dunque quella «Norma», quella «Legge» che determina e sostiene l’ordine cosmico nella sua totalità. Si legge nel Mahabharata, che «la verità è il Dharma Eterno» e che «la verità è il Dharma, l’ascesi, lo Yoga; la verità è l’eterno Brahman».

È il divino che si manifesta in varie forme, negli uomini come nelle piante o nel regno minerale non esistendo nel pensiero Indù la dualistica contrapposizione spirito/materia poiché la stessa materia è permeata dal soffio dello spirito e perché tutto è vita, sia pure a diversi livelli.

Proprio per questo il termine «materia» (nel senso occidentale di «materia inanimata» contrapposta alla vita e allo spirito) non esiste nella lingua sanscrita per la decisiva ragione che non esiste il concetto relativo. La nozione di dharma comprende anche quella di equilibrio e armonia cosmica. Per l’Induismo, infatti, ogni cosa, ogni azione, ogni pensiero è «collegato», è in relazione a tutto il resto: non c’è niente di veramente separato, scisso nell’universo. Proprio per questo una azione dharmica (cioè in armonia con il dharma) produce effetti benefici nel cosmo intero mentre una adharmica lo danneggia.

Il Sanatana dharma è dunque quell’insieme di norme – divine ed eterne – che sostengono e nutrono la vita, intrinseche alla natura stessa dell’universo. Esse, se osservate, preservano l’uomo dal dolore e dalla sofferenza e, progressivamente, lo conducono alla Liberazione (Moksa, Mukti). Vivere seguendo il Dharma, significa andare verso la propria vera natura e portare questa in armonia con il Sanatana Dharma (ordine cosmico-legge divina ed eterna) è l’essenza stessa della religione per un indù.

 

Prakriti e Purusha, materia e spirito

Prakriti è il nome che viene dato al principio causale fondamentale, Purusha è il principio ordinatore che dirige il mondo. Come il sole riflette la propria luce sull’acqua, così la natura, Prakriti, riflette Purusha. L’intera evoluzione è vista come una continua Illuminazione di Prakriti da parte di Purusha.

I principi responsabili del piacere, del dolore e dell’indifferenza sono Sattva, la tendenza alla manifestazione di Prakriti, Rajas, la sua tendenza all’azione e Tamas, la sua tendenza all’inerzia. Poiché anche il mondo dell’esperienza nelle sue varie trasformazioni e manifestazioni è della stessa natura di Prakriti in quanto ne deriva, dalle varie combinazioni di questi differenti principi è possibile spiegare l’evoluzione del mondo intero.

La pratica dello Yoga è necessaria per raggiungere la conoscenza per mezzo della quale il Purusha viene separato dalla Prakriti per comprendere la natura essenziale del Sé. La mente e gli organi di senso derivano da un progressivo distacco della coscienza dagli oggetti del mondo. Il Purusha deve diventare ciò che è, semplice spettatore della Prakriti e allora non c’è più sofferenza una volta eliminata l’identificazione del soggetto con l’oggetto. Anche Gautama Siddharta, il Buddha, si interessò con cura e sistematicità alle cause fondamentali della sofferenza e dei mezzi per eliminare queste cause.

 

Nirvana è la Liberazione

C’è la possibilità di arrivare al Nirvana per porre fine alle sofferenze, per essere liberati dalla ruota delle nascite e delle rinascite. Si tratta di uno stato di beatitudine suprema, di pace e di tranquillità interiore, accompagnato dalla certezza di aver ottenuto la Liberazione. È uno stato non descrivibile a parole: solo chi lo ha sperimentato può sapere che cos’è.

Il Nirvana è lo stato che sopraggiunge quando sono stati vinti il desiderio, l’avversione e ogni attaccamento all’Io e così è cancellata l’illusoria individualità di un essere.

Il Nirvana è l’esti?nzione del ciclo samsarico, la liberazione dall’Avidya e dal Dukkha, l’annientamento della sofferenza e il raggiungimento della salvezza che nascono dalla negazione del mondo illusorio e dell’Io.

 

Libero dal desiderio,

libero dal dubbio,

ha raggiunto la profondità dell’eterno.

In lui la sete dell’esistenza si è spenta.

È puro, sereno, imperturbabile,

splendente come la luna.

Distaccato dalle cose umane,

distaccato dalle cose divine,

nulla più lo lega.

Ha lasciato il piacere e il dispiacere

non c’è più in lui alcun seme

di un ritorno all’esistenza,

ha conquistato tutti i mondi.

Senza attaccamento contempla

il nascere e il morire di ogni cosa.

Si è risvegliato.

Dharmapada

 

La dignità dell’uomo

Nel pensiero buddhista l’uomo non è subordinato a Dio, agli altri uomini, alle cose o alle macchine. Quale maggiore dignità può essere attribuita all’uomo oltre quella di riconoscerlo padrone del proprio destino e della propria vita? Nelle religioni teistiche l’uomo è subordinato al suo Dio, nella cultura materialistica l’uomo è subordinato alle cose del mondo esterno, nella cultura tecnologica l’uomo dipende dalle macchine e dai suoi prodotti.

 

Tolleranza

Il pensiero buddhista è una via di realizzazione pratica della verità della non sofferenza che si ottiene per mezzo dell’autodisciplina e della purificazione mentale. Non è basato sui comandi di un Dio geloso e non è afflitto da affermazioni di esclusività che nascono da tale gelosia. Il Buddhismo è tollerante sia verso le altre religioni che nei confronti di differenti interpretazioni individuali degli insegnamenti buddhisti.

Malgrado le numerose differenze che si trovano tra i buddhisti dei diversi paesi del mondo, ognuno riconosce l’altro come buddhista. Non ritengono che i non buddhisti siano inferiori, privi di qualsiasi speranza di felicità e non salvati.

La malattia e la sofferenza che perseguitano l’uomo derivano dalla condizione umana ed è ogni singolo uomo che deve percorrere la via che conduce dalla sofferenza alla pace e alla felicità.

Questo riconoscimento della responsabilità individuale è al centro del rispetto per la vita e per ogni creatura che è così caratteristico della cultura buddhista.

 

Nell’uomo inconsapevole

la bramosia cresce come un rampicante

Egli salta di vita in vita

come una scimmia alla ricerca di frutti

salta di albero in albero.

Se sei schiavo delle passioni

vivi prigioniero del desiderio

come un ragno invischiato

nella tela da lui stesso tessuta.

Se i tuoi pensieri sono carichi di passione,

Se la mente è agitata

dalla ricerca del piacere,

i tuoi legami si rafforzano sempre più.

Il saggio si libera

dalle catene del desiderio

e libero da ogni ansia

va al di là della sofferenza.

Dharmapada

 

La non violenza

Nei 25 secoli che sono trascorsi dai suoi inizi, il Buddhismo si è diffuso in tutta l’Asia e conta attualmente 400 milioni di seguaci. Durante tutti questi secoli non sono state combattute guerre e non è stato sparso sangue per propagare la dottrina. La violenza è assolutamente contraria agli insegnamenti e alla pratica del Buddhismo. È comune convinzione dei Buddhisti di ogni luogo che l’ira e la violenza provochino soltanto maggiore ira e maggiore violenza e che possano essere placate ed eliminate soltanto per mezzo della gentilezza e della compassione.

 

Come te, tutti gli esseri tremano

di fronte alla violenza,

tutti temono la morte.

Rispecchiandoti negli altri,

non uccidere e non ferire.

Dharmapada

 

Il non attaccamento

In conseguenza della sua convinzione che non ci sono al mondo cose durature il buddhista non lega sé stesso né al suo ego né alle cose del mondo. Riconoscendo che l‘impermanenza è il tratto distintivo di questo mondo di dolore, egli rifiuta di aggrapparsi alle assurde concezioni della permanenza.

 

La meditazione

Ha per scopo lo svuotamento di sé stessi da tutto ciò che è impuro e che porta la sofferenza. Le tecniche di meditazione riguardano essenzialmente la autodisciplina. Il loro scopo è quello di consentire alla persona di partecipare direttamente alla realtà senza la mediazione dei falsi sé, dei desideri, delle ambizioni che lo distanziano dalla realtà. Il risultato è una calma piena di pace che caratterizza la maggior parte delle persone che praticano seriamente una disciplina orientale. Quando si è in pace con sé stessi e non si è sospinti da desideri o turbati da dubbi si possono intraprendere le attività quotidiane in piena libertà e con tutto sé stessi.

Il buddhista non considera il mangiare, il lavorare e il giocare come delle attività di cui ci si deve semplicemente liberare per potersi dedicare ai veri affari della vita, ma fanno parte delle attività di cui è costituita la vita, occupano l’attenzione totale della persona e vi si partecipa di cuore.

 

Cogliere l’attimo presente

L’apprendimento dal passato e il progetto nel futuro sono attività del momento presente e non debbono essere confuse con il vivere nel passato o nel futuro. Non ci può essere una reale felicità nel proiettarsi ansiosamente verso un futuro che non è ancora arrivato o nel lamentarsi e rimpiangere ciò che è passato.

È interessante notare la differenza tra il Buddhismo e i sistemi di vita che insistono sul vivere nel futuro. Nella prospettiva religiosa che è propria del Cristianesimo, dell’Islam e del Giudaismo, il domani è l’evento che ha importanza. Domani, se la provvidenza divina ci aiuta, potremo vedere pieni di gioia il regno di Dio. Ciò che questo atteggiamento così rivolto al futuro, in cui il presente è virtualmente ignorato, può produrre a livello sociale ed economico ci è ben noto. Ma ciò che un tale atteggiamento può causare nel sé emotivo e spirituale non è altrettanto ben compreso.

 

Qui e ora

Lo Zen, invece di rimandare la vita a un chimerico momento futuro, rende il massimo valore al momento presente, trovando in ciò la pienezza del sé e la completezza della vita, è la qualità dell’esperienza qui e ora che assume la massima importanza nello Zen.

I tre aspetti fondamentali della Zen sono la pratica, l’Illuminazione e gli insegnamenti: la pratica viene innanzitutto, l’Illuminazione dipende dalla pratica e gli insegnamenti si basano e sono determinati dalla pratica e dall’Illuminazione.

 

Satori è Illuminazione istantanea

Vedere nel proprio sé supremo e scoprire la natura ultima della realtà e la completezza dell’esistenza è ciò che costituisce il Satori. L’Illuminazione può arrivare come un lampo, ma per la maggior parte delle persone presuppone un intenso allenamento.

 

Koan

I Koan sono indovinelli o affermazioni di cui si fa comunemente uso nelle numerose riunioni dei monasteri e nelle sedute private tra maestro e discepolo.

Hakuin, Maestro Zen del Giappone moderno, era solito chiedere ai suoi discepoli: «Qual è il suono di una sola mano che applaude?». Sono utilizzati normalmente come stratagemmi per generare una subitanea Illuminazione, in quanto non è possibile dare una risposta in senso logico e razionale, ma presuppongono la percezione del «non senso». Scopo del Koan è di umiliare la ragione e di mostrarne l’impotenza.

 

Il maestro Toku-san era solito brandire il bastone

prima ancora che un monaco aprisse bocca, dichiarando:

«Trenta colpi del mio bastone qualora abbiate alcunché da dire,

Ma altrettanti qualora nulla abbiate da dire!».

 

I Koan vogliono mostrare la limitatezza dell’approccio intellettuale ai grandi problemi della vita e addestrare l’intuizione e la sintesi, la capacità di cogliere il tutto nell’uno.

Quando, dopo inutili sforzi, ci si accorgerà di non poter trovare una soluzione logica e quindi ci si convincerà di dover abbandonare la ragione, allora si comincerà a praticare il Koan nella maniera giusta, aprendosi all’Illuminazione, al Satori, al lampo dell’intuito!

 

Un discepolo chiese al maestro:

«Come può l’Uno, che se ne sta tutto solo, generare le Diecimila Cose?»

Rispose il maestro:

«Te lo dirò quando avrai ingoiato con un solo sorso il Fiume Occidentale!».

 

 

La Filosofia Cinese

La civiltà e la cultura cinesi si fondano su una base filosofica elaborata soprattutto dai principi del Confucianesimo, del Taoismo e in seguito del Buddhismo (Neo-confucianesimo). L’importanza che la filosofia cinese dà alla complementarietà si riflette in un atteggiamento sintetico tra i vari sistemi di pensiero che unisce teorie e approcci alla vita talvolta anche conflittuali, riconducendoli armoniosamente in una nuova totalità.

Nel Taoismo la meta viene perseguita nel tentativo di diventare una cosa sola con la vita interiore dell’universo, nel Confucianesimo l’accento è stato posto sullo sviluppo delle qualità morali dell’uomo che si ottiene coltivando il sentimento e le virtù sociali.

 

Il Tao, la Sorgente

È la legge universale della natura, lo spontaneo modo di essere e di comportarsi dell’universo: il Tao è indicibile, ineffabile, indeterminato, è il principio primo e assoluto, esso è prima di tutte le cose, dà loro l’esistenza.

Il Tao è oltre ogni denominazione, visto che è la fonte da cui tutto deriva non può essere nominata, costituendo l’origine dei nomi e di ogni descrizione possibile. Tao è quindi un non-nome: indica ciò che consente alle cose di essere quello che sono, ciò che dà loro l’esistenza.

Il Tao è la sorgente sia dell’Essere che del Non-Essere.

Come principio primo e assoluto dell’esistenza, il Tao è completamente privo di caratteristiche, ma non è un semplice nulla, dato che è la fonte di ogni cosa. Esso è prima di tutte le cose che esistono, dà loro la vita e costituisce l’identità che è alla base di tutta la diversità e la molteplicità del mondo.

Sebbene non si possa parlare del Tao ma si possa soltanto accennarlo, lo si può in certo modo comprendere prendendone in considerazione il funzionamento, il Te.

 

Il Te, la funzione

La funzione del Tao non può ovviamente essere definita od osservata, ma poiché è la funzione del Tao che sorregge tutte le cose nel loro ordine naturale, qualcosa di questa funzione può essere vista osservando la natura all’opera.

La funzione del Tao si manifesta nel lavoro della natura, poiché ciò che le cose individuali possiedono del Tao è il Te o funzione del Tao. Il Tao in quanto sorgente da esistenza alle cose, mentre la funzione del Tao o Te da loro la diversità e la molteplicità. La parola Te, tradotta il genere con virtù, non ha un significato morale bensì quello di vigore, potenza, facoltà, efficacia.

 

Il Wu Wei, il non-agire

Tutte le cose esistono nel Tao e il Tao è presente in tutte le cose. Finché le cose avvengono naturalmente, tutto è armonico e nulla turba l’equilibrio cosmico. Esaminando il funzionamento delle cose nelle loro condizioni naturali, Lao Tze osserva che ciò che esse ereditano dal Tao come funzione è il wu wei, ossia il non-agire.

Ciò che egli intende con il non-agire significa che le cose si compiono in modo spontaneo e naturale. L’uomo, se vuole vivere felice, deve seguire il Tao senza ostacolarlo. In questo senso, egli non deve agire, nel senso che non deve modificare l’armonia dell’universo. Se lo fa, allora non è più in accordo col Tao.

Il Tao dunque non è trascendente, ma immanente. Il Tao non resta in disparte dal mondo e non lo dirige da lontano, ma funziona attraverso il mondo ed è indistinguibile dal funzionamento del mondo. Il Tao non sta al di fuori della vita, ma entro la vita e nel mondo. Eliminando i desideri e lasciando che il Tao entri e ci pervada, elimineremo le distinzioni di buono e cattivo, di bene e di male. Ogni attività verrà dal Tao, la vera fonte dell’esistenza, e l’uomo diverrà uno con il mondo che è la soluzione che Lao Tze porta al problema del male e dell’infelicità nella vita umana.

Il principio della inazione (wu wei) non indica quindi il rimanere ozioso, senza far nulla, ma è piuttosto basato sul riconoscimento che l’uomo non è la misura e la sorgente di tutte le cose, ma lo è soltanto il Tao. La vita è vissuta bene solo quando l’uomo è in completa armonia con tutto l’universo e la sua azione è l’azione dell’universo che fluisce attraverso di lui.

Il bene non viene compiuto dall’azione spinta dai desideri, ma dalla inazione (wu wei) che è ispirata alla semplicità del Tao. Il suo consiglio ai governanti è quello di lasciare che il Tao operi liberamente, invece di tentare di opporsi alla sua funzione e di cambiarla. La soluzione è fondamentalmente mistica e dipende quindi dal raggiungimento dell’unità con il grande principio interiore della realtà, il Tao.

 

Yin Yang

L’esistenza dell’universo deriva dall’interazione tra le due forze universali contrapposte dello Yin e dello Yang, ossia del Non-Essere e dell’Essere.

Qualsiasi cosa esistente è in un continuo mutamento ed è quindi dotata simultaneamente di Essere e Non-Essere. Ne deriva il mondo mutevole che viene esperito come Natura e che è il risultato di una continua interazione tra Essere e Non-Essere che ne costituisce il divenire.

 

Confucio disse

Lao Tzu e Confucio erano contemporanei e la situazione di decadenza della dinastia Chou, dopo sei secoli ininterrotti di regno, spinse i due saggi a evocare i tempi aurei in cui vigeva la semplicità del Tao, per Lao Tzu, o la carità e la giustizia dei santi imperatori, per Confucio.

I concetti che troviamo alla base del Taoismo e del Confucianesimo preesistevano ai fondatori delle due scuole, i quali non fecero che elaborarli e fissarli in un corpo di dottrine: Lao Tzu con lo scritto, Confucio con l’insegnamento. Con l’esperienza che aveva fatto della miseria del popolo e della cattiva amministrazione dei governanti Confucio fu naturalmente indotto a riflettere sul modo in cui la società poteva essere corretta. La filosofia di Confucio è umanistica e sociale, riguarda l’uomo e la sua vita all’interno delle istituzioni sociali piuttosto che la conoscenza della natura e delle leggi che regolano il cosmo.

 

Sensibilità e disciplina

L’uomo non si rivolge né alla natura né al soprannaturale per sapere come deve vivere e comportarsi, ma guarda in sé stesso per trovare bontà e felicità.

Ciò che conferisce all’uomo la sua umanità è chiamato Jen, sensibilità umana, ed è la fonte di tutte le azioni umane. Se la prima regola del confucianesimo è agire in conformità allo Jen, occorre anche il Li, la disciplina morale, l’ordine e la regolamentazione. Questi due concetti, Jen e Li, costituiscono la base del confucianesimo. Il Li è una vera e propria dottrina sociale e morale, indica il rituale e la cerimonia, l’amore fra i genitori, pietà filiale nei figli, rispetto nei fratelli più giovani, amicizia nei fratelli maggiori, lealtà fra amici, rispetto per l’autorità tra gli individui e benevolenza nei legislatori.

 

Gli antichi che desideravano conservare il limpido e chiaro carattere del popolo del mondo

dovevano prima porre ordine nella loro vita nazionale.

Coloro che desideravano ordinare la loro vita nazionale,

dovevano prima mettere ordine nella loro vita familiare.

Coloro che desideravano porre ordine nella loro vita familiare,

dovevano prima curare la loro vita personale.

Coloro che desideravano curare la loro vita personale,

dovevano prima rettificare il loro cuore.

Coloro che desideravano rettificare il loro cuore,

dovevano prima rendere sincera la loro volontà.

Coloro che desideravano rendere sincera la loro volontà

dovevano prima ottenere una vera conoscenza.

Il raggiungimento della vera conoscenza

dipendeva dall’investigazione delle cose.

Quando le cose sono investigate,

allora viene raggiunta la vera conoscenza.

Quando è raggiunta la vera conoscenza,

la volontà diviene sincera.

Quando la volontà e sincera,

il cuore è rettificato.

Quando il cuore è rettificato,

la vita personale è curata.

Quando la vita personale è curata,

è regolata la vita familiare.

E quando è regolata la vita familiare, c’è ordine nella vita sociale

e quando c’è ordine nella vita sociale c’è pace nel mondo.

Confucio

 

Il Neoconfucianesimo

L’esponente principale fu Zhu Xi, un grande pensatore il cui prestigio fu secondo soltanto a quello di Confucio e di Mencio. Zhu Xi fornì un nuovo fondamento filosofico agli insegnamenti del Confucianesimo, conferendo loro una struttura unitaria e internamente coerente. Secondo il sistema elaborato da Zhu Xi, tutti gli oggetti in natura sono il prodotto di due forze inseparabili: Li, un principio o una legge universale e immateriale, e Qi, la sostanza di cui si compongono tutti gli oggetti materiali.

Spesso tradotto come «materia», Qi viene concepito come un continuum cangiante, soggetto a un costante mutamento secondo uno schema ciclico. Mentre Qi può mutare e dissolversi, Li, la legge fondamentale degli innumerevoli esseri che popolano il cosmo, rimane costante e inalterata. Zhu Xi, inoltre, riteneva che il Li del genere umano, ossia la natura umana, fosse sostanzialmente identico per tutti gli uomini.

L’esistenza di particolari differenze può essere ascritta alla variabilità nella proporzione e densità del Qi che si riscontra tra gli individui. Così, quanti ricevono un Qi torbido avranno una natura originaria offuscata e dovranno purificarla al fine di recuperare la propria integrità. Tale integrità può essere ottenuta estendendo la propria conoscenza del Li a ogni singolo oggetto. Si giunge alla saggezza quando, dopo prolungati sforzi, è stato indagato e compreso il Li universale o legge naturale intrinseca a tutti gli oggetti animati e inanimati.

 

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