Kevin Carter (1994) - Sudan - La Bambina e l'Avvoltoio

I Mali del Mondo: La Fame

“Controlla il petrolio e controllerai le nazioni; controlla il cibo e controllerai le persone”.
Henri Kissinger

 

Forse non tutti ne sono a conoscenza, ma lo slogan dell’Expo 2015 è “Nutrire il pianeta, Energia per la Vita”, e sembra che l’attenzione di governi, nazioni, organizzazioni internazionali e aziende sia più che mai puntata sulle tematiche dell’alimentazione, della nutrizione, dello sviluppo sostenibile e dell’ecologia.

I tre punti fondamentali del Protocollo di Milano, sostenuto e redatto grazie alla sinergia tra istituzioni e cittadini, riguardano l’azzeramento della fame nel mondo e della disuguaglianza nella distribuzione delle risorse attraverso uno stile di vita e di alimentazione sano (lotta sia alla denutrizione che all’obesità), un’agricoltura sostenibile e innovativa, una lotta serrata allo spreco di cibi e risorse alimentari.

Sono segnali certamente positivi e incoraggianti, anche se rimane un dubbio di fondo sulla autenticità e trasparenza di governi e aziende (soprattutto se multinazionali), vista la grande incidenza dell’interesse economico in relazione a un bene di primissima necessità quale è il cibo.

In ogni caso, l’impegno da parte di molti soggetti nazionali e internazionali è stato evidente e il rapporto 2015 della Fao sullo Stato dell’Insicurezza Alimentare nel Mondo (scarica pdf) stima che nel biennio 2014/2016 scenderà sotto la soglia degli 800 milioni il numero di persone che soffrono la fame (cioè che non raggiungono un consumo di almeno 2100 kcal al giorno).

 

fame nel mondo

 

Il trend in discesa è sicuramente un fattore positivo, ma il dato assoluto rimane ancora estremamente grave: 800 milioni di persone vuol dire 1 abitante del pianeta su 9, e nelle zone in cui il problema della fame è concentrato (ovvero il centro Africa e l’Asia meridionale), la percentuale sulla popolazione di alcuni stati sale al 20%, al 30% e addirittura al 48% (1 persona su 2!) in nazioni quali lo Zambia e la Repubblica Centrafricana, così come il dato totale della Cina (134 milioni di persone) e dell’India (194 milioni) rimane impressionante.

Un elemento che rende questi dati ancor più gravi è il fatto che la maggior parte di queste persone (circa il 60%) sono donne, e soprattutto nel periodo della gravidanza e dell’allattamento la mancanza di cibo ha conseguenze disastrose: ogni anno si stima che siano 110.000 le morti di parto conseguenti ad anemia (per mancanza di ferro), 315.000 per emorragia dovuta a mancanza di nutrienti.

E sono 200 milioni i bambini che soffrono la fame, ogni anno ne nascono 17 milioni sottopeso (con una malnutrizione quindi genetica ed ereditaria), e nei paesi in via di sviluppo ogni giorno muoiono 19.000 bambini (13 al minuto, 1 ogni 4 secondi e mezzo), di cui oltre un terzo riconducibile alla malnutrizione.
(Fonte: Rapporto Unicef 2012)

Ma c’è un altro dato estremamente allarmante: si stimano circa 2 miliardi nel mondo le persone colpite dalla cosiddetta “fame nascosta”, ovvero dalla mancanza dei nutrienti fondamentali quali ferro, iodio, zinco, vitamine A, B, D, E che va ad indebolire il sistema immunitario nel medio-lungo periodo e provoca ritardi nella crescita e nel potenziale fisico ed intellettuale.

 


Una contadina indiana fa asciugare il mais nel villaggio di Tejgadh

 

La fame nel mondo oggi, nel 2015, non è certamente dovuta alla scarsità di cibo, di terre coltivabili o alla mancanza di infrastrutture per il trasporto: ci dev’essere qualcosa di sbagliato nel sistema economico mondiale se consideriamo che dei 15 miliardi di ettari che misurano le terre emerse del pianeta, tolti i deserti, le foreste, le acque interne, 5 miliardi di ettari sono considerati superficie agricola, di cui 3,4 miliardi di ettari adibiti a pascolo, ma 1,4 miliardi di ettari sono le terre a seminativo, e 140 milioni di ettari le coltivazioni permanenti (frutteti, palmizi, vigneti, coltivazioni di tè e caffè).
(fonte: DEPAAA Università di Milano su dati FAO)

Solamente le superfici destinate ai cereali sono quasi 700 milioni di ettari (ed erano pochi meno, 650 milioni, negli anni ’60), con una produzione annuale attualmente di oltre 2500 miliardi di tonnellate (praticamente triplicata rispetto agli anni ’60), ed è paradossale che l’Asia (Cina e India soprattutto) sia il continente che produce la metà dei cereali del mondo (1.135 miliardi di tonnellate) e malgrado ciò conti più di 500 milioni di persone che soffrono la fame.

Ovviamente sappiamo che la maggior parte dei cereali (circa l’80%) va all’industria alimentare della carne, ma forse solo recentemente ci stiamo rendendo conto di quanto cibo sprechiamo ogni giorno:  l'Osservatorio Waste Watcher ha stimato che il 30% dei cereali prodotti viene buttato, e che ogni anno in Italia vengono buttati 5 milioni di tonnellate di prodotti alimentari, pari a circa 8 miliardi di euro.

Secondo la FAO, a livello mondiale, nelle varie fasi della catena dalla produzione alle nostre tavole,
- il 32% del cibo prodotto (510 milioni di tonnellate) è sprecato durante la produzione agricola,
- il 22% (355 milioni di tonnellate) nelle fasi immediatamente successive alla raccolta,
- l’11% (180 milioni di tonnellate) durante la trasformazione industriale,
- il 13% (200 milioni di tonnellate) durante la distribuzione,
- ed il rimanente 22% (345 milioni di tonnellate) li spreca il consumatore, a livello domestico e nella ristorazione. Per un totale di quali 1.600 milioni di tonnellate di cibo.
(fonte: www.focus.it su dati FAO)

 


Un esempio di spreco di cibo nelle città italiane

 

Il dato sicuramente più paradossale e che a questo punto della nostra riflessione non possiamo che definire assurdo, è la stima delle persone colpite da sovrappeso e obesità: l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2014 ha contato 1,9 miliardi di adulti in sovrappeso (il 39% della popolazione adulta mondiale) di cui 600 milioni i casi di obesità; a questi vanno aggiunti 42 milioni di bambini sotto i 5 anni valutati sovrappeso.
(fonte: World Health Organization)

Le conseguenze di sovrappeso e obesità, oltre che una disuguaglianza nel consumo  delle risorse alimentari, sono i problemi di salute che ne derivano (diabete, malattie cardio-circolatorie, artriti e artrosi, disfunzioni motorie) che portano ogni anno alla morte di quasi 30 milioni di persone, quasi quante la denutrizione (36 milioni di persone).

In questo scenario le conclusioni da trarre sono abbastanza ovvie e vanno al di là di ogni forma di giudizio: c’è un problema molto grave e fondamentale legato al cibo nel mondo, sia per chi non ne ha abbastanza, sia per chi ne ha troppo, e alla “fame”, sia essa una necessità primaria non soddisfatta o un impulso nevrotico compulsivo e socialmente condizionato.

L'essere umano, nella corso della sua storia ed evoluzione ha sempre trovato soluzioni a un bisogno fondamentale come il cibo, cambiando stili di vita (addirittura il gruppo sanguigno sembra rifletta l’evoluzione delle abitudini di vita, alimentari e di conseguenza del metabolismo), e sembra davvero inaccettabile che questa situazione si protragga ulteriormente: ognuno di noi, nel suo piccolo può contribuire a diminuire lo spreco, a nutrirsi in maniera più sana e consapevole e diffondere un campo morfogenetico di sostenibilità.
 

Articolo a cura di Sundara Simone Bongiovanni

 

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