Maldicenza - Parte Seconda

A seguito della pubblicazione dell'ultima newsletter abbiamo ricevuto diversi feedback positivi e siamo lieti di condividerne con coi alcuni:

 

"Ho letto adesso la newsletter e l'articolo che hai pubblicato su maldicenza e invidia.

 

Grazie perché questo è un tema presente in tutti i gruppi di piccola o grande dimensione e colpisce incredibilmente senza distinzione di sesso o provenienza sociale.

 

A volte trattata come un bambino capriccioso con l’indifferenza sparisce per mancanza di energia o si esaspera al punto di autodistruggersi.

 

Infine il tuo scritto mi ha ricordato una frase che ho ascoltato spesso durante i primi anni del mio cammino pronunciata dal mio padrino: “l’invidia è come bersi un veleno sperando che l’altro ne soffra le conseguenze” 

 

Dario Giuffrida, Psicologo e Medicine Man

 

 

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"Caro Umberto, cari amici della Comunità, grazie per la vostra bella ed intelligente pagina sul tema!! anche a me è toccato assaporare l’amaro della diffamazione e della calunnia seppure con animo sereno…

Tre anni a subire aggressioni personali, professionali ed aziendali senza alcuna ragione obiettiva, senza alcun fondamento in fatti e circostanze.

Personaggi inqualificabili mossi da astio, risentimento, rancore ed invidia per i successi altrui, ogni giorno su FB, nei luoghi d’incontro pubblici e privati, spargono veleni ed escrementi.

È ora cari amici di reagire all’intolleranza! È ora di reagire a chi sta preparando nuovi roghi e gogne mediatiche.

 

È ora di reagire alla cultura giustizialista e illiberale di queste moltitudini di incazzati ed abbrutiti che pensano di essere i soli onesti, i soli depositari della verità con diritto di usare le parole come pietre in una lapidazione quotidiana contro l’adultera di turno.

 

Dobbiamo stoppare questa deriva culturale, politica e spirituale che porterà solo ingiustizie, soprusi ed alla corrosione del senso civico."

Dott. Mauro Ragaini, Direttore Generale SOGENUS

 

 

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È incredibile in effetti quanto si tenda a parlare male degli altri, vediamo in dettaglio in quali casi siamo tentati di ricorrere alla maldicenza e perché:

Quando veniamo lasciati dal partner (ma anche quando ci innamoriamo di qualcuno e non veniamo contraccambiati) è assolutamente inevitabile parlare male di lui/lei con tutti quelli che conosciamo, e soprattutto con quelli che conoscono lui/lei. È una forma di vendetta e inoltre sminuire l’altro serve per compensare la ferita narcisistica conseguente al senso di rifiuto e abbandono. È un comportamento che allevia la tensione nell’immediato e ristabilisce l’autostima, ma è fortemente autodistruttivo se dura nel tempo, in quanto porta a rinnegare scelte ed esperienze e quindi a rivolgersi contro parti di sè. È particolarmente deleterio il caso in cui ci sono figli e si parla (o si pensa) male dell’altro genitore.

Parlare male dei colleghi secondo recenti studi 9 lavoratori dipendenti su dieci parlano male dei loro colleghi sul posto di lavoro e a casa. Questo serve a tollerare la frustrazione dovuta all’insoddisfazione per la propria mansione e l’invidia nei confronti di chi è più capace o più qualificato. Da un punto di vista psicologico sminuire gli altri serve a difendere la propria posizione e ad esorcizzare la paura di perdere il lavoro. Statisticamente le donne tendono a parlare male delle colleghe più giovani e più attraenti, mentre gli uomini tendono a demolire i superiori e i sottoposti.

Parlare male del datore di lavoro o dei superiori è certamente lo sport più diffuso nel mondo del lavoro dipendente, è difficile tollerare chi ha una posizione di successo e di responsabilità, chi gode di privilegi e ottiene riconoscimenti, e serve a difendersi dal senso di inferiorità e permette uno sfogo alla rabbia di dover accettare le decisioni altrui o di dover sottostare all’autorità altrui. Il processo con l’autorità spesso rivela un profondo senso di inadeguatezza e problematiche non risolte con i genitori.

 

 

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Tra professionisti squalificare il lavoro altrui sembra costituire una forma distorta di pubblicità, nasce ancora una volta da un senso di competizione, e quindi il bisogno di dimostrare di essere migliori di qualcun altro mettendo in dubbio le sue capacità, perché in realtà noi stessi ci sentiamo inadeguati. Oltre a poter costituire reato di diffamazione, è anche un illecito deontologico. Un serio professionista è infatti tenuto al massimo rispetto dei colleghi e del loro lavoro.

Particolarmente grave e diffuso è il mobbing ossia il comportamento del datore di lavoro (o dei suoi dipendenti) che consiste in una serie di atti che hanno lo scopo di perseguitare un dipendente per emarginarlo e, attraverso la lesione della sua dignità umana e professionale, spingerlo a presentare le dimissioni. Quando il mobbing è realizzato da un superiore viene anche definito "bossing". Il lavoratore vittima di questo comportamento nel suo complesso illecito può ottenere il risarcimento dei danni.

Ancora più grave e pericoloso è il comportamento settario di molte ideologie e organizzazioni religiose o politiche, di movimenti estremisti e nazionalisti che vedono dei nemici in tutti coloro che non aderiscono alle loro idee o non si conformano alle loro regole. Le donne, i neri, gli omosessuali, gli ebrei sono stati per secoli le vittime designate di questa paranoica persecuzione che alimenta odio e separazione, genera conflitti e miete vittime in ogni parte del mondo.

 

 

 

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Quando ci troviamo ad avere a che fare con qualcuno che parla male degli altri dovremmo diffidare di quello che dice ed eventualmente verificare di persona la fondatezza delle sue affermazioni.

 

Al di là di un comportamento illecito di cui potremmo renderci complici, ricordiamoci che chi parla male di qualcun'altro con noi, prima o poi parlerà male di noi con qualcun'altro.

 

Se si tratta di un professionista, la maldicenza nei confronti di colleghi o clienti lo rende automaticamente inaffidabile e anche pericoloso, meglio astenersi dal rivolgersi a una persona siffatta per questioni professionali.

 

Se poi scopriamo da fonti attendibili che qualcuno parla male male di noi o della nostra attività professionale possiamo difenderci dalla maldicenza ricorrendo alla querela, l'articolo 595 del codice penale italiano prevede il reato di diffamazione: "Chiunque comunicando con più persone, offende l'altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1.032".

Il bene giuridico tutelato dalla norma è la reputazione intesa come l'immagine di sé presso gli altri e l'analisi testuale della norma consente di risalire ai suoi elementi strutturali:

 

  • l'offesa all'altrui reputazione, intesa come lesione delle qualità personali, morali, sociali, professionali, etc. di un individuo;
  • la comunicazione con più persone, laddove l'espressione "più persone" deve intendersi senz'altro come "almeno due persone";
  • l'assenza della persona offesa, da intendersi secondo la più autorevole dottrina come l'impossibilità di percepire l'offesa.

 

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La Cassazione ha trattato più volte cause aventi ad oggetto pettegolezzi nei confronti di vicini di casa o di colleghi di lavoro.

 

I giudici hanno precisato che le dicerie negative sul conto di qualcuno possono ledere a tal punto l’onore e la reputazione da dover essere punite penalmente a titolo di diffamazione.

Il pettegolo non potrebbe giustificarsi sostenendo che la notizia divulgata sarebbe di interesse pubblico: non vi è alcuna utilità sociale nel sapere che il marito della vicina ha un’amante o che la collega indossa abiti succinti o che faccia la bella vita con i soldi dell’amante.

Spesso con il pettegolezzo vengono divulgate notizie inerenti la sfera più intima e personale dell’individuo, arrecando lesioni alle relazioni sociali, familiari e lavorative della vittima.

In questo caso, il pettegolezzo può costituire violazione della privacy perché ha ad oggetto dati sensibili che non possono essere divulgati senza il consenso dell’interessato.

Qualche anno fa, nel 2011, la Cassazione ha condannato un uomo per aver comunicato al direttore di una banca che una dipendente aveva una relazione con un collega sposato.
L’imputato è stato condannato sia

 

  • per diffamazione per il malevolo pettegolezzo (che si è diffuso velocemente sul posto di lavoro)
  • per violazione della privacy (perché aveva assunto un investigatore privato per acquisire i dati della donna e poi divulgarli)

 

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Cassazione: è diffamazione parlar male su Facebook anche senza fare nomi

Perché si configuri il reato "è sufficiente che il soggetto la cui reputazione è lesa sia individuabile da parte di un numero limitato di persone, indipendentemente dalla indicazione nominativa

ROMA - Chi parla male di una persona senza nominarla direttamente, ma indicando particolari che possano renderla identificabile, va incontro a una condanna per diffamazione.

Lo si evince da una sentenza con cui la prima sezione penale della Cassazione ha annullato con rinvio l'assoluzione, pronunciata dalla Corte militare d'Appello di Roma, nei confronti di un maresciallo della Guardia di Finanza di San Miniato (Pisa) che, sul proprio profilo Fb, aveva usato espressioni diffamatorie nei confronti del collega che lo aveva sostituito in un incarico.

"Ai fini dell'integrazione del reato di diffamazione - si legge nella sentenza depositata oggi - è sufficiente che il soggetto la cui reputazione è lesa sia individuabile da parte di un numero limitato di persone, indipendentemente dalla indicazione nominativa".

Osservano i giudici: "Il reato di diffamazione non richiede il dolo specifico, essendo sufficiente ai fini della sussistenza dell'elemento soggettivo della fattispecie la consapevolezza di pronunciare una frase lesiva dell'altrui reputazione e la volontà che la frase venga a conoscenza di più persone, anche soltanto due".

 

Articolo a cura di Umberto Carmignani

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